Quando il mondo impazzisce:
“Quando il mondo impazzisce, bisogna accettare la follia come sanità mentale; poiché la sanità mentale, in ultima analisi, non è altro che la follia su cui il mondo intero si trova a concordare.”
George Bernard Shaw
Non sono tanto d’accordo, anche se sembra di vivere genuflessi nei confronti dei pazzi. Quando il mondo impazzisce conviene fare una domanda semplice, ma essenziale: cosa intendiamo per valore? Se il valore è solo quantità, crescita del fatturato e quota di esportazione, allora rischiamo di nutrire una macchina che, a furia di muoversi, mangia se stessa. Se, invece, il valore è la somma di benessere condiviso, dignità del lavoro, innovazione responsabile e sostenibilità delle filiere, allora l’export diventa uno strumento per costruire una società più giusta. È questa la direzione che occorre per il Made in Italy: non genuflettersi alla crescita a ogni costo, ma coltivare mercati dove l’obiettivo non è solo esportare di più, ma esportare in modo migliore.
Un modello economico che non funziona
La concentrazione della ricchezza ha toccato punte che sfidano ogni immaginazione. L’1% più ricco detiene una quota di ricchezza superiore a quella del restante 99% messo insieme. L’ascensore sociale si è definitivamente fermato. In Italia i giovani scappano all’estero e le aziende non trovano risorse e competenze. Le famiglie vedono le porte chiuse, la società invecchia con un’eta media ormai vicina ai 50 anni, mentre un restringimento delle prospettive si registra anche tra chi ha accesso al capitale e alle reti decisionali. In questa cornice, rinnovare a livello istituzionale e aziendale l’export, che vale il 30% del PIL e che potrebbe arrivare al 50%, diventa una scelta etica oltre che economica. Nel business internazionale, la quota di export dei grandi esportatori comprime la massa delle piccole imprese che, in molti casi, trovano nell’export la loro unica possibilità di sopravvivenza. ll pensiero neocon, concentrato sulla politica estera dei paesi dominanti, promuovendo l’interventismo militare, la supremazia globale, e una visione totalitaria della democrazia occidentale sta portando alle conseguenze devastanti sotto gli occhi di tutti. Con la sua logica di profitti illimitati e di un “deep state” industrial-finanziario, ha costruito un dominio di poche mani. Non è solo l’America, in Italia lo vediamo con la concentrazione dei poteri delle banche, delle società pubbliche, dell’energia con la progressiva distruzione degli apparati produttivi.

Le conseguenze non vanno a vantaggio di nessuno. Né dei lavoratori né delle PMI: un sistema economico ha bisogno di domanda – robot che producono, ma non comprano, non pianificano vacanze, non hanno malattie, né bisogno di servizi. Se miliardi di persone non hanno reddito, non c’è mercato. Il capitalismo senza consumatori è un motore che gira a vuoto. Questo è il contesto in cui emerge una necessità concreta: inventare qualcosa di nuovo. Non bastano aggiustamenti marginali: serve ripensare dalle fondamenta il sistema del Made in Italy, fermo alla visione degli anni 90′.
I numeri italiani: la concentrazione del madeinitaly
Se guardiamo ai numeri italiani, una lettura ragionata mostra una realtà sorprendente e spesso fraintesa. Nel 2019, le imprese esportatrici italiane erano circa 125.000. Le oltre 2.000 grandi imprese (oltre 250 addetti) realizzavano circa metà dell’export nazionale da sole. Aggiungendo le imprese medio-grandi tra 50 e 249 addetti, si arriva facilmente al 60 – 70% dell’export complessivo. Già studi del MIMIT evidenziavano che le imprese con oltre 50 addetti contribuivano a circa il 70% delle esportazioni italiane. In breve: una piccola élite concentra una fetta molto ampia del valore generato all’estero.

Qual è la lezione di questa concentrazione? Che il “Made in Italy” non è, come spesso narrato, un esercizio diffuso di PMI creative che esportano in modo capillare. È, per la maggior parte, una realtà di filiere forti e strutturate dove poche grandi aziende – spesso parte di gruppi multinazionali o di grandi marchi – assicurano la maggior parte dell’export, mentre decine di migliaia di PMI partecipano in modo più contenuto ma vitale alle catene globali del valore.
Cosa nasconde l’etichetta Made in Italy
Se vogliamo allontanarci dalla logica della pura crescita del fatturato all’esportazione, dobbiamo immaginare un modello che elevi la quantità e la qualità degli esportatori italiani, non solo la quantità dell’export. Una nuova generazione di valore trainata da meccanismi di cultura, diversità, bene comune, inclusione e aggregazione può diventare una leva potente.

In pratica: programmi che rendano competitive le PMI non solo sul prezzo, ma anche sul valore condiviso che portano ai mercati esteri. Il valore non è solo scambio di merci: è reputazione, fiducia, sostenibilità e innovazione. Il nuovo export si costruisce su mercati che premiano la responsabilità, la qualità e la trasparenza. La domanda chiave è: quante aziende servono per arrivare al 50%, al 70%, al 90% dell’export italiano? E la risposta è illuminante. Le stime, basate su ICE, ISTAT e Mediobanca, indicano una realtà di concentrazione: circa 60–65% dell’export è generato dalla Top 2.000 esportatori, con una quota significativa proveniente da aziende italiane a controllo italiano. Tuttavia, una porzione importante dell’export è attribuibile a gruppi multinazionali, che pur rappresentando una minoranza numerica, spingono la quota di export oltre la media nazionale. In questo senso, il Made in Italy resta “italiano” nella produzione e nella leadership di molte catene di valore, ma la proprietà e la dinamica di controllo della produzione sono spesso internazionalizzate. Illustrando con numeri concreti:
L’Italia esporta circa 620–650 miliardi di euro all’anno (l’obiettivo MAECI 2026 dei 700miliardi è rischedulato al 2027). La Top 2.000 esportatori potrebbe incidere per circa 360 – 400 miliardi di euro, cioè circa il 60% dell’export nazionale. Le restanti oltre 80.000 imprese esportatrici si spartiscono il restante 40%. Il peso delle aziende italiane della Top 2.000 potrebbe attestarsi tra il 35% e il 45% dell’export complessivo. Le imprese estere presenti in Italia, pur numericamente meno rilevanti, pesano attorno al 15% – 25% dell’export. Queste cifre rivelano una verità meno romantica ma molto utile: il Made in Italy che vediamo in etichetta è ancora fortemente legato al tessuto produttivo italiano, ma una quota non banale del valore è generata da stabilimenti italiani controllati da gruppi multinazionali. In termini di capitale, dunque, il Made in Italy è meno “italiano” di quanto suggerisca l’etichetta, ma più “italiano” di quanto si creda in superficie.
Quale la strada da seguire?

Qual è la strada da seguire? Non si tratta di ridurre l’entusiasmo export, ma di ricalibrare gli obiettivi: ampliare la base di esportatori, non solo per crescere in volume, ma per aumentare la resilienza, la diversificazione e la qualità dell’offerta. Le politiche industriali e di sostegno all’export dovrebbero privilegiare:
- Investimenti in innovazione, formazione e digitalizzazione per portare competenze alle PMI, per abbattere i costi di adeguamento a standard internazionali e a requisiti di sostenibilità.
- Programmi di supporto all’inclusione e alla cultura aziendale, affinché aziende da contesti diversi possano accedere a reti commerciali globali.
- Incentivi all’aggregazione: consorzi, reti di imprese, piattaforme di conoscenza e contratti di filiera che permettano alle PMI di integrarsi in catene globali più solide.
- Trasparenza e governance responsabile: pratiche di rendicontazione ambientale e sociale, per costruire fiducia sui mercati esteri di fronte a consumatori sempre più attenti.
Uscire dalla “follia” che ci circonda per salvare il Made in Italy
Accettare la follia del mondo, l’ignavia dei governanti che volentieri si sottopongono al dominio del più forte anche quando giustificano come normalità stermini, genocidi, aggressioni, violazioni palesi dei diritti umani, non è sanità mentale. Ma è utile riflessione per riconoscere che, in tempi di discontinuità tecnologica, geopolitica ed economica, non c’è valore nel replicare gli schemi ormai anacronistici di un mondo e di un sitema economico che non è più quello del secolo scorso. La sanità mentale non è la quiete genuflessa al potente, è la capacità di pensare con lucidità in condizioni di incertezza. Allo stesso tempo, la follia collettiva – come ad esempio la tendenza a credere che crescere a ogni costo sia una strategia romantica o inevitabile – deve essere rimpiazzata da una cultura dell’esportazione che privilegia partecipazione, responsabilità, e benessere condiviso.
Se vogliamo che il prodotto italiano autentico continui a essere un simbolo mondiale di eccellenza e di valore, questo deve evolversi. Il nuovo export non è solo quantità o fatturato: è diversità, qualità, inclusione, cultura e aggregazione. È la capacità di far crescere il numero di esportatori italiani, non soltanto il numero di oggetti esportati. È creare mercati dove la crescita è alimentata da valore reale per le comunità, per i lavoratori, per le filiere e per l’intera società. Solo così l’Italia potrà mantenere una vera leadership sui mercati internazionali.
Grazie per leggere e cndividere questa newsletter. Lavoriamo per migliorare l’export e il bene comune.
Giuseppe Vargiu,
Presidente Uniexportmanager
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