Fin non molto tempo fa, ci sembrava di vivere e lavorare in un mondo lontano da quello descritto nella bellissima e tristissima canzone di Francesco Guccini. Pensavamo che la “belva umana”, mai sazia di sangue, fosse un ricordo remoto del secolo scorso. Oggi non è più così. Ancora ci porta il vento: ai bambini morti ad Auschwitz si aggiungono quelli sterminati dalle belve umane in Palestina e Cisgiordania, e gli innocenti vittime di guerre senza senso in Ucraina, Iran, e Russia.
la canzone dei bambini nel vento
Sappiamo bene chi c’è dietro al cannone che tuona. Come nel secolo scorso, conflitti che costano milioni di vite nascono grazie al consenso ipocrita di governi corrotti, sostenuti dalle manipolazioni dei media al loro servizio. Vediamo ogni giorno come la priorità dei governi – a partire dal nostro – sia alimentare odio per creare nemici inesistenti e giustificare spese mostruose e inutili in armamenti. Nell’era delle fake news, la ripetizione ossessiva di menzogne palesi le trasforma in verità consolidate, mostrando come alleati chi in realtà vuole distruggerci e negando l’evidenza fino a spezzare le alleanze.

A chi ignora i fatti o li giustifica in nome del quieto vivere, chiedo di rispondere con onestà intellettuale a tre domande:
- Di chi è la colpa se il pieno costa il 30% in più? È dovuto alle nostre scelte energetiche o agli alleati che, usando le nostre basi, hanno aggredito gli ayatollah?
- Di chi è la colpa se la bolletta elettrica è raddoppiata? Abbiamo scelto di comprare dalla Russia solo per poi rifornirci altrove a prezzi quadruplicati?
- Di chi è la colpa se non ci sono soldi per sanità e pensioni, ma ce ne sono sempre per cannoni e missili?
- Ora l’ultimo nemico designato è la Spagna, da odiare perché apertamente contro il genocidio e il riarmo. Ma la domanda resta: sono più pericolosi i disperati di Ceuta, già rimpatriati, rispetto a coloro che sbarcano quotidianamente sulle nostre coste?

Il sogno che ci hanno tolto
La riflessione forte che voglio proporre alla gente dell’export è questa: è possibile che il “sogno di una notte di mezza estate” diventi la realtà che vivevamo solo pochissimi anni fa? Io sogno un mondo dove la Russia non ha bisogno di sparare missili all’Ucraina perché quest’ultima è diventata un paese neutrale con regioni autonome russofone. Un mondo dove gli arabi non vogliono distruggere Israele e Israele non cerca di distruggere arabi e palestinesi sparando missili a chiunque e qualsiasi cosa gli viva intorno. Un mondo dove l’Europa diventa una potenza economica coesa, ottimizzando la sua difesa organizzando meglio le immense risorse che già oggi iveste negli armamenti senza sperperarne altre. Una NATO che lavori davvero per difendere l’Europa dalle aggressioni esterne, invece di inventarsi nemici improbabili. Stati Uniti che prosperano senza imporre il dominio militare globale. Sogno governi che facciano gli interessi dei cittadini, sogno giornali e televisioni e media che ci raccontino i fatti senza manipolarli.

La riflessione alla gente dell’export
Siccome questa newsletter è rivolta alla gente dell’export – persone pragmatiche che pensano positivo per necessità – aggiusto il sogno su piani concreti: immaginiamo un mondo dove il business internazionale delle piccole imprese è sostenuto dai governi, facendo pagare le tasse alle piattaforme tecnologiche che dominano il commercio globale. Una società dove i profitti derivano dal lavoro e dalla produzione reale, non dalla rendita finanziaria. Un export che diventa il vero traino dell’economia, smettendo di essere uno strumento della propaganda di regime.
Dobbiamo uscire da questo mondo impazzito, dove comandano i forti (sempre più forti), dove il business finanziario e l’IA devastano la produzione creando disoccupazione. Come diceva Nietzsche, quando il mondo impazzisce, bisogna accettare la follia come sanità mentale; poiché la sanità mentale, in ultima analisi, non è altro che la follia su cui il mondo intero si trova a concordare. Quando il fatturato non genera valore comune, serve un nuovo modo di pensare l’export. L’obiettivo non può più essere genuflettersi davanti alla crescita dei volumi d’esportazione. Dobbiamo lavorare sui mercati con l’intento di accrescere il numero di esportatori del Made in Italy, facendovi leva sulla nuova generazione di valori: cultura, diversità, bene comune, inclusione e aggregazione. Sono riflessioni che ancora ci porta il vento…
Giuseppe Vargiu,
Presidente Uniexportmanager
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