Vediamo in Italia ed Europa idee sempre meno chiare sul cosa fare, e di conseguenza la palese inconsistenza degli obiettivi da raggiungere. Siamo oggettivamente un paese satellite che non decide niente, tanto meno di fronte alle tematiche più devastanti. Secondo Julian Assange:

L'obiettivo è una guerra infinita, non una guerra vittoriosa. La guerra è infatti  un meccanismo di riciclaggio di denaro basato sulla tassazione, al servizio dell'élite transnazionale della sicurezza. Per loro conta ben poco che si tratti dell'Afghanistan o dell'Ucraina o dell’Iran : il vero obiettivo è appropriarsi del denaro pubblico”

Non so voi, ma io condivido. Con il #SAFE (Security Action for Europe) l’UE rastrella fino a 150 miliardi di euro sui mercati, emettendo obbligazioni, per poi girare i miliardi agli Stati membri in forma di prestito a lungo termine fino a 45 anni. In sostanza: l’UE prosegue nell’intento di portare l’ #europa in guerra, senza nemmeno tentare azioni diplomatiche, anzi, sabotando quelle messe in atto a partire dal 2014.

L’italia dell’export ha una posizione molto vicina a quella assunta in occasione dell’attacco americano all’Iran. Con strategie di questo tipo il “Sistema Paese” si prepara a celebrare l’obiettivo dei 700 miliardi di export, i dati raccontano un’altra storia: un traguardo già mancato nel 2025, concentrato nelle mani di pochi grandi operatori, e largamente scollegato dalla capacità reale di crescita del tessuto produttivo italiano. È legittimo chiedersi se non stiamo inseguendo, con grande dispendio di energie pubbliche e private, l’obiettivo sbagliato.

Il Ministero degli Esteri e ICE ripetono che l’export italiano ha toccato nel 2025 circa 643 miliardi, con una crescita modesta (+3,3%) e un obiettivo spostato ormai al 2027 per raggiungere i 700 miliardi. Eppure, la narrazione pubblica continua a presentare i 700 miliardi come un “target 2026”, trasformando un obiettivo già slittato in una sorta di mantra di propaganda. Il problema non è solo il mancato rispetto della scadenza: è che questo indicatore, da solo, dice poco o nulla sulla qualità della crescita. Un fatturato export in aumento può derivare da:

  • pochi grandi gruppi che consolidano posizioni su mercati maturi;
  • operatori esteri e italiani che delocalizzano produzione e margini;
  • dinamiche di prezzo e inflazione, più che di volumi e valore aggiunto reale.

In questo schema, il “record” di export rischia di essere un indicatore di concentrazione, non di diffusione.

I dati disponibili dipingono un quadro chiaro: solo una frazione delle imprese italiane esporta in modo strutturato: circa 82–84 mila imprese “persistentemente esportatrici”, che generano l’89% dell’export totale. Il 98% delle aziende italiane non esporta affatto o lo fa in modo episodico e marginale.

Un numero ristretto di operatori (circa 2 mila, secondo le stime più critiche) realizza più della metà del fatturato estero e si aggiudica il 90% degli incentivi e dei sostegni istituzionali. Questo significa che l’obiettivo dei 700 miliardi va a beneficio soprattutto di:

  • grandi gruppi industriali e finanziari;
  • operatori internazionali che usano l’Italia come piattaforma logistica o di branding, sfruttano marchi e aziende costruiti in italia, e che non pagano le tasse che invece opprimono le PMI domestiche;
  • aziende italiane che spostano valore aggiunto fuori dal Paese, mantenendo in Italia solo una parte della filiera.

Il risultato è un export “gonfiato” in termini di fatturato, ma povero in termini di occupazione qualificata, innovazione diffusa e valore aggiunto trattenuto sul territorio, in una parola povero di bene comune. Un sistema fermo da 15 anni. Ancora più grave è la stagnazione strutturale: il numero di imprese esportatrici è sostanzialmente fermo da 15 anni. La base esportativa non si allarga: nuove PMI faticano a entrare nei mercati, mentre quelle già presenti consolidano posizioni senza moltiplicarsi.

Le regioni del Sud, in particolare, restano largamente escluse dai benefici dell’export, con performance sistematicamente inferiori alla media nazionale. In questo contesto, puntare solo sul fatturato totale equivale a premiare la concentrazione e ignorare la necessità di una cultura dell’export diffusa, capace di trasformare il Made in Italy in opportunità per migliaia di nuove imprese, non solo per alcune decine di grandi player.

Non mancano proposte alternative. Associazioni professionali e imprenditoriali – tra cui Uniexportmanager, FederItaly, AssoretiPMI, FondazioneAmpioraggio e altre realtà vicine alle PMI e all’innovazione vera per la crescita  – hanno avanzato da tempo richieste precise:

spostare il focus dai 700 miliardi al raddoppio del numero di imprese esportatrici;

misurare il successo dell’export in termini di valore aggiunto trattenuto in Italia, occupazione qualificata e radicamento territoriale;

costruire politiche di internazionalizzazione pensate per le PMI, non solo per i grandi gruppi, come ad esempio defiscalizzare gli utili export prodotti e reinvestiti in Italia.

Queste voci, però, faticano a trovare spazio nella narrazione dominante del “Sistema Italia”, più orientata a comunicare record e target macro che a riformare la policy dell’export.

È tempo di cambiare metriche e ambizioni. Un’agenda seria per l’export 2026 – 2030 dovrebbe porsi obiettivi qualitativi e strutturali, ad esempio:

raddoppiare il numero di imprese esportatrici entro 5 anni, partendo dalle 82–84 mila attuali;

aumentare la quota di export generata da PMI innovative e da filiere territoriali, non solo da grandi gruppi;

misurare il “valore aggiunto export” trattenuto in Italia, non solo il fatturato lordo;

ridurre il divario Nord–Sud nelle performance esportative, con obiettivi specifici per le regioni meridionali.

Solo così l’export può diventare leva di crescita reale, di lavoro qualificato e di bene comune, invece di restare un KPI della  propaganda.

La nuova stagione si apre con l’ennesima conferenza MAECI, a Roma il 6 ottobre, che riproporrà le solite ricette che i governi portano avanti stancamente da 15 anni, ignorando le devastanti minacce e le straordinarie opportunità che avrebbe un paese come l’Italia se smettesse di essere uno stato satellite.

Aggiorno questo articolo alla luce delle notizie dell’8 settembre che vedono i governanti europei con un minimo di spina dorsale sanzionare l’import dai territori depredati dai terroristi israeliani (che qualcuno continua a chiamare coloni). Non solo totale disprezzo del diritto internazionale, ma belve inumane. I governanti italiani non partecipano alle sanzioni, mantenendo la posizione ignava di cui al video in apertura di questo articolo. Atteggiamenti di questo tipo si riverberano anche sul nostro commercio internazionale e compromettono ulteriormente il prestigio e il lavoro degli italiani. Per chi non si accontenta del video di Crozza sarà possibile a breve incontrare l’originale a Roma il 6 ottobre.

Maeci Ice Obiettivo Export Roma 6 ottobre

In vista della stagione 2026 – 27, ExportItalia2030 ha l’opportunità di lanciare una riflessione critica e costruttiva: non contro l’export ma contro un modo riduttivo e distorto di misurarlo e promuoverlo. La domanda da porre a istituzioni, associazioni e imprese è semplice: vogliamo continuare a inseguire un numero che premia pochi, o vogliamo costruire un export che moltiplichi le imprese, la loro cultura e competitività,  i posti di lavoro e il valore aggiunto sul territorio? Se la risposta è la seconda, allora i 700 miliardi devono smettere di essere una vuota enunciazione che va bene a tutti e non serve a nessuno, e diventare, al massimo, un effetto collaterale di una strategia finalmente orientata alle persone, alle imprese, e ai territori.

Giuseppe Vargiu,
Presidente Uniexportmanager