Forza e determinazione per l’export
Dopo le giornate e le case del Made in Italy e la pastasciutta nello spazio e su Marte, il sistema Italia scopre che bisogna lavorare per la crescita. Si parte da Torino con la prima tappa del percorso verso la Conferenza Nazionale dell’Export 2026, con l’evento “Obiettivo Export: Imprese e territori del Nord Italia”, e il nuovo format laboratorio crescita.

L’iniziativa, realizzata dalla Farnesina in collaborazione con ICE Agenzia, CDP, SACE, SIMEST, e Regione Piemonte, è la prima delle tre tappe di preparazione della Conferenza Nazionale dell’Export 2026 rivolte alle imprese del Nord, Centro e Sud Italia. Sarà anche un occasione per incontrare il Vice Presidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani, che con la forza, determinazione, ed efficacia che lo contraddistingue guida il sistema Italia per lo sviluppo internazionale delle aziende.
Perché nonostante i “laboratori” numero di aziende export non cresce:
In Italia le imprese esportatrici sono circa 120 mila (su 4 milioni); il loro numero è fermo da 10 anni, Unioncamere segnala anche circa 17 mila imprese “potenziali esportatrici” che potrebbero entrare nei mercati esteri se adeguatamente supportate. Per Uniexportmanager sono molte di più. Il quadro delinea una base ampia che non cresce, e che si concentra sempre più nelle imprese medio-grandi. Ci sono 3 grandi ragioni:
1) La stagnazione delle MPMI
La prima ragione è strutturale: la stagnazione riguarda soprattutto le micro e piccole imprese, mentre le aziende più grandi tengono o crescono; 2000 grandi imprese (molte delle quali di proprietà estera o pubblica) rappresentano il 50% dell’export nazionale. Nel settore del vino i primi 10 esportatori da soli esportano quanto tutti gli altri 40 mila vignaioli. In pratica, molte piccole imprese hanno capacità produttiva e qualità del prodotto, ma non abbastanza organizzazione, scala, capitale umano, o continuità commerciale per presidiare l’estero in modo adeguato. Il club esclusivo dei grandi esportatori, che fa il 50% dell’export, si aggiudica anche il 90% degli incentivi allocati per sostenere l’internazionalizzazione, inclusi quelli rivolti alle delle MPMI.
2) L’inadeguata politica di export del Sistema Italia
Il secondo freno è culturale. Esportare non significa solo “vendere all’estero” o “partecipare alle fiere” o “esser presenti sui canali online”: servono agli imprenditori funding, facilitazione del cambiamento, aggregazione e collaborazione, conoscenza dei mercati, contrattualistica, logistica, marketing internazionale, lingua, compliance, e capacità digitale e innovativa. Se queste competenze mancano dentro l’azienda, e questa pensa solo che il suo problema sia produrre e vendere, l’export resterà episodico o dipendente da intermediari. Di conseguenza l’impresa non può crescere, non esporta, o chiude.
Naturalmente la politica dell’export esiste già, ma è frammentata e priva di efficacia: formazione ICE, sostegni camerali, temporary export manager, roboanti programmi di internazionalizzazione, contrasto di sola facciata al falso Made in Italy, pubblicità idiota negli stadi di calcio o iniziative pubbliche per l’export come le conferenze che si traducono in inutili passerelle, o come i tagli di nastro nelle fiere, o le costose iniziative mediatiche ad esempio Tour Vespucci. Il problema è che l’apparato istituzionale si serve delle misure per l’export per sostenere e alimentare se stesso, e solo in via subordinata indirizza le risorse a sostenere la crescita competitiva delle imprese per potenziare l’export. Non esiste una politica industriale continuativa e una strategia ragionata dietro le conferenze per l’internazionalizzazione che si trascinano stancamente da un anno all’altro, da una giornata Made in Italy all’altra.
Lo dimostrano i risultati. Come ad esempio i 700 miliardi di esportazioni, obiettivo posto a suo tempo perchè si pensava praticamente scontato per il 2026, che puntualmente non sarà raggiunto, ed è stato già rischedulato al 2027. Resta il fatto emblematico che l’obiettivo di bene comune non è il fatturato all’esportazione, ma è aumentare il numero delle aziende esportatrici, la loro dimensione. Il portare sistematicamente competenze export a favore delle aziende con programmi di crescita non è mai stato posto, né tanto meno raggiunto.
3) Il sistema degli incentivi
C’è anche un tema di incentivi: molte imprese italiane restano piccole effettivamente perché il sistema fiscale, burocratico e finanziario rende problematica e costosa la crescita dimensionale e l’assunzione di profili qualificati. Quando crescere è difficile, investire in competenze export viene rimandato, anche se sarebbe uno dei modi più rapidi per aumentare produttività e mercati. A parte che le priorità nazionali sembrano molto diverse.

La buona notizia è che per fortuna non è cosi dappertutto:
Per esempio Regione Sardegna ha recentemente reso disponibili alle imprese residenti, o che insediano unità produttive, incentivi che arrivano al 100% dei costi di innovazione e crescita. Sono stati schierati in pochi mesi incentivi per 133 milioni, e i bandi export sono in corso di emanazione. Eppure molte aziende sono restie ad accedervi, perché le istituzioni pubbliche appaiono generose ma temono che la burocrazia renda l’accesso rischioso e poco affidabile, come spesso accaduto in passato.

E’ qui che serve intervenire coinvolgendo le aziende con laboratori veri, che trasferiscano nuova cultura export, fatti di concerto con le associazioni datoriali, le università, i professionisti dell’export, con un modello trasparente che valorizzi i punti di forza delle aziende e ripaghi le istituzioni illuminate che cercano il beneficio della crescita e non la propaganda autoreferenziale.
Cosa servirebbe davvero
La misura più efficace sarebbe una politica strutturale di “export competence inside the firm”, ovvero portare competenze stabili e cultura di export, aggregazione, e collaborazione dentro le aziende. Troppe aziende pensano ancora di poter trovare l’export svenandosi nelle fiere, o con la banale ricerca di distributori, o con delle agenzie che millantano vendite miracolose. Non basta la consulenza esterna degli apparati istituzionali, serve un programma diffuso di sistema che coinvolga i professionisti e i manager dotati di skill adeguati, e che li trasformi in agenti di crescita imprenditoriale, facilitando il loro intervento in azienda.
Questo potrebbe avvenire azionando 4 semplici leve:
- formazione export finanziata per imprenditori e staff commerciale;
- inserimento di figure export o digital export nelle PMI;
- affiancamento temporaneo con obiettivi misurabili e passaggio di competenze;
- credito fiscale sugli utili realizzati in Italia dalle PMI esportatrici.
Resta comunque l’invito a partecipare agli eventi del MAECI e dedicati ai prodotti nazionali autentici. E anche ai laboratori della crescita. Sono comunque utili momenti di incontro per gli addetti ai lavori, per chi ha il coraggio delle proprie opinioni, e occasioni per parlare chiaro al manovratore e ai suoi apparati per riavvicinare il Sistema Italia verso l’export mirato al bene comune.
Grazie per leggere e condividere questa newsletter.
Giuseppe Vargiu,
Presidente Uniexportmanager
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