Immaginate due aziende in una cella: ciascuna può scegliere di delocalizzare la produzione all’estero per tagliare i costi, oppure di restare fedele al proprio territorio, investendo nei dipendenti e nei fornitori locali e collaborando con i competitor nazionali. Se entrambe delocalizzano, magari per beneficiare degli incentivi erogati da Governi, per compiacere gli interessi di stati esteri più potenti. Guadagnano un poco (prezzi più bassi, dazi evitati), ma il sistema collassa: disoccupazione, paesi svuotati, competitor nazionali annientati. Se una delocalizza e l’altra no, la prima trionfa con margini extra, mentre la seconda soccombe. Solo se entrambe collaborano – aggregandosi in reti locali, condividendo know-how e fidandosi – vincono tutti: innovazione diffusa, posti di lavoro stabili, economie nazionali forti.

Export Italia2030: dilemma del prigioniero nel commercio globale

Questo è il dilemma del prigioniero, il celebre paradosso della teoria dei giochi ideato negli anni ’50. Non è astratto: lo viviamo nel nuovo sistema del commercio internazionale, dominato da regole violate, incertezza, e incentivi fiscali che premiano la delocalizzazione. Aziende come quelle dell’automotive, del food, del tessile italiano, o dell’elettronica tedesca spostano catene di montaggio in Asia o in Est Europa, attratte da sussidi, manodopera low-cost e dazi ridotti, o delocalizzano negli USA. Risultato? Vantaggi immediati per i grandi marchi e miliardi per i loro CEO, ma danni collaterali enormi: fabbriche dismesse, operai disoccupati, PMI nazionali schiacciate da giganti globali low-cost. L’Italia perde 200.000 posti qualificati l’anno per offshoring, secondo l’Istat, mentre la dipendenza da supply chain straniere ci rende fragili, come ha dimostrato dalla produzione industriale tornata ai livelli della pandemia.

Il problema è la sfiducia. Ogni “prigioniero” (azienda) teme che i concorrenti italiani defezionino per primi, rubando quote di mercato. Ma se costruissero fiducia? Aggregazioni come distretti industriali simili a quelli del vicentino, consorzi per R&S condivise, piattaforme logistiche nazionali, incentivi fiscali per chi resta e incentivi come voucher e defiscalizzazione utili export per MPMI – potrebbero ribaltare il gioco. Pensate ai cluster emiliani del packaging: collaborando, resistono alla concorrenza cinese. O al modello tedesco della Mittelstand, dove PMI si alleano per esportare senza delocalizzare. L’UE invece di brigare per politiche autolesioniste di riarmo dovrebbe imporre regole anti-dumping e bonus per filiere locali, trasformando il dilemma in un”dilemma del samaritano”: cooperare paga di più.

Servono nervi saldi per lavorare nel commercio internazionale. Molti si fanno prendere dal panico quando le isterie di Trump disseminano incertezza e caos, ma chi ha gli strumenti giusti e l’approccio collaborativo sa cosa fare. L’ordine del commercio internazionale che ci ha garantito pace e sviluppo negli ultimi 70 anni si è irrimediabilmente fratturato, l’incertezza regna sovrana sui mercati, ma la situazione è eccellente come direbbe Mao. Le aziende prigioniere devono capire che è ora di rompere la cella e di giocare in modo collaborativo la partita dell’export.

E’ davvero difficile non farsi manipolare o rimanere sereni quando sono le stesse istituzioni  che inducono, e spesso forzano, scelte palesemente autolesionistiche. Come accade quando, per compiacere poteri che sovrastano anche gli stati, si spingono e incentivano, attraverso ingenti risorse pubbliche la delocalizzazione delle produzioni in paesi la cui instabilità e inaffidabilità sono diventate evidenti. L’Europa vive ormai in un contesto dominato da potentati finanziari, da algoritmi informatici, da industrie militari che, di fatto, hanno in tasca parlamenti e governi, sono padroni dei media, allargano sempre di più la divaricazione fra i pochissimi che accumulano sempre maggiore ricchezze la massa della miriade di piccole e piccolissime industrie. I cosiddetti colossi italiani come Leonardo o Enel non figurano neanche fra i primi 100 di Fortune.

Senza farsi manipolare dalle sirene di stampa e media e delle grandi associazioni, ostaggio di una manipolazione continua azionata da governi servili, che invece di cittadini e aziende  tutelano le lobby e potentati che prosperano accentuando la divaricazione tra il lavoro delle miriadi di PMI italiane e la rendita parassitaria crescente dei  grandi gruppi economico finanziari e tecnologici sovranazionali, che si spartiscono l’80% del commercio internazionale  e sono la vera causa di politiche belliciste, genocidi, e crisi energetiche. C’è un solo invito per aziende, associazioni e governi: fidatevi di chi lavora per il vostro paese, fidatevi di chi lavora per migliorare l’export con progetti concreti, non credete alle sirene della propaganda: investite localmente. Il massimo vantaggio non è delocalizzare da soli, ma vincere insieme.


Giuseppe Vargiu,
Presidente Uniexportmanager