L’Europa incatenata
Il 2025 ci sta lasciando un’eredità pesante, un impronta di profonda crisi nel percorso oscuro della storia, il diritto internazionale ormai inesistente dove non ci sono più giudici e vige la legge del più forte di invadere, sterminare civili e bambini per fame, appropriarsi di stati e territori. Con una Europa guidata da governanti che hanno accettato supinamente di essere servi degli interessi dominanti altrui manipolando i propri elettori con media e propaganda.

Nonostante i suoi 500 milioni di abitanti, la sua tecnologia, storia, cultura, l’Unione Europea sta perdendo i suoi valori, è in fase di progressivo sgretolamento, è un gigante dormiente, incatenato e impotente. Il suo costosissimo parlamento è impegnato perlopiù a discutere questioni vitali come i tappi delle bottiglie di plastica o la larghezza delle gabbie per le galline ovaiole, e di fatto serve solo a eleggere i Commissari Europei e ratificarne passivamente le decisioni. Decisioni che hanno portato a subire i dazi americani, pagare 4 volte il costo dell’energia, devastare l’industria manifatturiera con norme ambientali idiote, sanzioni autolesioniste, delocalizzazioni in America, indebolire l’agricoltura esponendola al sottocosto di paesi amici, e soprattutto impegnare sempre meno soldi in sviluppo, welfare, sanità, sociale, e allocando sempre più risorse nelle spese militari e al sostegno di una Ucraina distrutta che può essere aiutata solo dalla pace. A chi giova tutto questo?

Sull’Italia stendiamo un velo pietoso alla luce dell’ultima finanziaria, che toglie ai poveri per dare ai ricchi, taglieggia le piccole imprese per sostenere le grandi, ed è generosa solo con finanza e armamenti. L’anno che si chiude ci lascia il fetore delle guerre, del genocidio, e di una ipocrita e fastidiosa propaganda strisciante fatta di messaggi, bugie, illusioni, manipolazioni della verità che vogliono indurci a pensare che noi siamo i buoni perchè vogliamo la pace anche se ci prepariamo alla guerra, che tutto va bene, ma che lasciano il retrogusto di un gas lacrimogeno.
Il pensiero positivo per il business internazionale del 2026
Chi fa business, consulenza, impresa non può essere ottimista, ma nemmeno può permettersi pessimismo né inutile disfattismo. Per questo dobbiamo fare i conti con la realtà, pensare positivo e agire di conseguenza.

Al di fuori della lente delle manipolazioni il 2026, il mondo degli affari internazionali, soprattutto per l’export delle PMI del Made in Italy, si presenta come un’arena dinamica dove le sfide geopolitiche ed economiche aprono porte a opportunità per chi sa navigare con resilienza e visione positiva. Nonostante il ridimensionamento dell’impegno USA verso l’Europa e la ristrutturazione delle alleanze contro la Cina, l’Italia può capitalizzare su mercati emergenti come il MENA, l’Africa, il Sud America, trainati da crescita e domanda di qualità premium.
Sfide Geopolitiche
Gli USA riducono il focus su Europa, si tirano fuori dall’Ucraina e si alleano con la Russia per dare priorità alla competizione con la Cina in Indo-Pacifico e Medio Oriente, con rischi di escalation sociali e regionali. Questo erode certezze consolidate, ma spinge l’Europa a rafforzare autonomie strategiche, favorendo PMI italiane agili in nicchie di valore come macchinari e design, e – spiace dirlo ma è cosi e bisogna prenderne atto – produzioni per la crescente domanda militare.
Tensioni Economiche
Protezionismo USA e Cina, con tariffe in aumento, frena il commercio globale allo 0.5-0.6% nel 2026, mentre debiti globali elevati e l’inflazione accentuano vulnerabilità. Per le PMI export-oriented, questo significa erosione di mercati facili, ma opportunità in supply chain regionalizzate e “export smart” verso aree come MENA, dove il Made in Italy eccelle per qualità e flessibilità.
Impatti Tecnologici
L’AI guida una corsa geopolitica USA-Cina-Europa, con protezionismo su chip e tech che complica l’export ma eleva il ruolo italiano in innovazione sostenibile e Gen AI “middle powers”. Le PMI possono differenziarsi integrando AI in prodotti premium, aggirando le barriere con un valore aggiunto unico. La sfida per l’italia è sfruttare l’ampia disponibilità di ingegneri informatici e professionalità creative e scientifiche per esportare servizi realizzati in Italia, arginando la devastante fuga dei nostri migliori talenti.
Prospettive positive per l’export?
Ci hanno detto e ripetuto fino alla noia che le esportazioni italiane supereranno i 700 miliardi di euro entro il 2026, con crescita annua del 3.7%, grazie a diversificazione verso MENA e focus su beni high-tech e lifestyle. L’Europa mostra resilienza con un GDP stabile all’1.1-1.3%, e “more Europe” in difesa e investimenti SAFE offre sponde per PMI innovative. Affrontate con pensiero positivo, queste dinamiche premiano chi innova e si allinea a trend digitali e sostenibili. Resta il fatto che dietro la crescita del fatturato all’esportazione vediamo solo propaganda autocelebrativa per il raggiungimento di obiettivi fisiologici che già in partenza si sapevano scontati. Se ci fossero state politiche efficaci per l’export vedremmo la crescita dei margini e del numero delle imprese esportatrici, quelle che portano reale beneficio all’occupazione e che mantengono nel nostro paese il surplus generato dall’export. Non è così.
Per cosa stiamo lottando in ExportItalia 2030 di fronte a una export governance piatta, senza coraggio e senza idee, dentro un’Europa sta andando in rovina? Per ciò che abbiamo sempre promesso da quando siamo nati come think tank: pungolare le istituzioni, le aziende, e i visionari che dentro di esse esistono a migliorare l’export. Obiettivi come aumentare il numero di aziende esportatrici, allocare risorse significative per portare competenze export alle piccole aziende e farle diventare competitive, defiscalizzare gli utili delle PMI esportatrici per limitare le delocalizzazioni, sostenere modelli innovativi di export collaborativo facilitando reti, aggregazioni associate, filiere, da sempre proposti dal pensiero Export Italia 2030 sono osteggiati dalle lobby industriali e finanziarie che pilotano le risorse per l’export per appropriarsene in gran parte. Non dobbiamo stancarci di combattere per questi obiettivi in nome del bene comune.

È così che ci liberiamo dalle catene di un’Europa che non è quella che volevamo. Senza servi encomi ai potenti di turno, è così che riprendiamo il futuro dell’export, del Made in Italy autentico, della gente che con l’export vive, lavora, produce per il mercato internazionale e apporta bene comune a questo paese. Continuiamo a lavorare pensando positivo e se credete che questo approccio sia importante per gli exportpeople continuate a leggere e condividere questa newsletter. Grazie. Buon anno da Export Italia 2030.
Giuseppe Vargiu,
Presidente Uniexportmanager
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