La cucina italiana tradizionale non esiste
È stata inventata cinquant’anni fa e abilmente raccontata dal marketing. Lo documentano in un recente best seller Alberto Grandi e Daniele Soffiati. È vero che i prodotti italiani sono buonissimi, che ci sono tantissime cucine tipiche, e che tutti li vogliono, ma è falso che abbiano origini leggendarie, perse nella notte dei tempi. Anzi, la ricerca storica attesta che la cucina italiana, intesa come prodotti e ricette della tradizione, è un’invenzione recente. Al di là dei “gastronazionalismi”, gli italiani sono ottimi cuochi proprio perché non sono mai stati vincolati da una tradizione, bensì sempre aperti alla cucina e agli ingredienti degli altri paesi del mondo. Ecco qui un gustoso richiamo italo americano alla cucina italiana natalizia :
Intendiamoci bene: che la cucina italiana sia un potente strumento di marketing è una cosa assolutamente positiva per l’export del Made in Italy. L’abbinamento di cultura, storia, stile di vita, impresa è uno strumento formidabile perché assicura ai prodotti italiani dell’enofood, e ai nostri ristoranti all’estero, solo per essere italiani, un attributo unico di qualità, simpatia, competitività. Il problema è che celebrare un riconoscimento cosi generico e scarsamente appropriato è semplicemente ridicolo. Ci sta, ed è autentico valore, che siano patrimonio dell’Unesco per esempio le colline del Prosecco o i nuraghi della Sardegna. Ma seguendo lo stesso procedimento, con la stessa autorevolezza, basta fare la pratica, pagare i consulenti, e l’Unesco potrebbe riconoscere anche il cheeseburger, come patrimonio dell’umanità.

La grafica è fatta con l’intelligenza artificiale, ma davvero non ho visto intelligenza naturale nell’impegno propagandistico, degno di miglior causa, con il quale ministri, governanti e apparati, nessuno escluso, si rallegrano e si contendono il merito personale di questo favoloso primato. Pensavo che quando qualche mese fa abbiamo lanciato la pastasciutta nello spazio avessimo toccato il massimo del ridicolo, ma evidentemente non c’è limite al peggio. L’illuminazione del Colosseo lo dimostra: cosa c’entra con la cucina?
Il danno della propaganda
Il grave danno all’export del food italiano nasce quando una narrazione che per cinquanta anni legittimamente sostiene con successo i prodotti nazionali autentici decade nella propaganda vuota e priva di senso. E quando il politico di turno si appropria dei valori veri di nostri cuochi e dei nostri prodotti come se fosse un suo merito. Un prodotto autentico contaminato dalla propaganda di regime perde il suo valore e la sua autenticità. Quando invece che sostenere l’export dell’enofood con misure adeguate, che valorizzano vantaggi e offrono benefici, ci si inventano riconoscimenti e primati, che nulla hanno a che fare con la storia e cultura millenaria del nostro paese si fa un danno alla cucina italiana. Seguendo questa falsariga di riconoscimenti inutili nazionalpropagandisti non solo la cucina italiana, matutto l’export del Made in Italy potrebbe diventare patrimonio dell’umanità.

E’ quale sarebbe il vantaggio per le aziende italiane? Per la cultura italiana nel mondo? Anch’esso entra nella narrazione ufficiale che strumentalizza l’export ed esalta risultati e primati raggiunti troppo spesso senza averne il merito.
Qual’è il contesto reale e il futuro dell’Europa e dell’Italia
E’ mia convinzione personale, suffragata dalla realtà dei fatti, che siamo un paese socialmente ed economicamente in declino, dove aumenta la povertà , stretto fra due guerre, nei confronti dell’America (gli andiamo contro solo se parla di pace), degli interessi americani, dove le PMI imprese languono e quello grandi delocalizzano se possono negli Stati Uniti, dove i giovani se ne vanno. Anche chi ha un lavoro spesso non arriva a fine mese. Lo testimoniano gli scioperi e gli operai del Sulcis che protestano sulle ciminiere perché 1500 persone rischiano il lavoro a causa delle sanzioni alla proprietà russa cui è stato impedito di investire per riavviare la fabbrica. Resta salda anche la mia convinzione che l’export sia il cuore dello sviluppo del paese, e che le PMI siano il cuore dell’export, ma raggiungere 700 miliardi di fatturato all’esportazione quando le PMI esportatrici sono sempre meno, con il beneficio che è quello che ho descritto, ossia inesistente, non mi sembra un risultato di cui andare orgogliosi.
Il futuro dell’Europa e dell’Italia è di fronte a una scelta: proseguire nell’autolesionismo bellicista o lavorare seriamente per una leadership mondiale di sviluppo economico e commerciale? L’Europa si avvicina a una transizione irreversibile. Dipendiamo sempre più dall’estero per AI, energia, materie prime. Ma restiamo sempre il continente che con il 5% della popolazione produce il 18% del PIL mondiale e distribuisce il 50% del welfare. Andiamo a vedere quali altri paesi godono di altrettanti benefici sociali e sanitari come in Italia. In questo contesto, potenti lobby spingono per l’estinzione dell’Europa con scelte autolesioniste di riconversione bellica dell’industria, leva militare, sperpero di miliardi in armamenti inutili.

Sono le stesse lobby e scuole di pensiero che vorrebbero lo sterminio delle piccole imprese, cuore del Made in Italy, alle quali pervengono sempre meno risorse.
Le buone notizie
Si è recentemente concluso il Business Forum Italia-Arabia Saudita, tenutosi a Riad a metà novembre 2025, dove oltre 500 aziende italiane (e circa 400 saudite) hanno partecipato per rafforzare la cooperazione economica in settori chiave come infrastrutture, sostenibilità, tecnologia, agroalimentare e farmaceutico, promosso da ICE, Farnesina e Confindustria per valorizzare il Made in Italy. Anche qui naturalmente è emersa la domanda, sostenuta anche con funding delle istituzioni governative, di prodotti per l’industria bellica. Per fortuna non solo quello. E’ il momento e il posto dove effettivamente le aziende italiane hanno veramente competenze e capacità produttiva da vendere. A loro volta, devono trovare le competenze per sfruttare un momento magico di uno dei pochi mercati nei quali le porte scorrevoli sono aperte.
La conferenza dell’export: propaganda o sostegno effettivo alle PMI?
17 dicembre 2025, Milano ospiterà la Conferenza Nazionale dell’Export e dell’Internazionalizzazione delle Imprese. L’incontro si terrà al Centro Congressi Stella Polare presso Fiera Milano Rho, e vedrà la partecipazione di numerosi attori del Sistema Italia, delle istituzioni e delle associazioni del mondo produttivo, riuniti per un confronto diretto sul rafforzamento della presenza del Made in Italy nei mercati extra-UE a più alto potenziale.

Speriamo di non assistere all’ennesima passerella di apparati che si raccontano e ci dicono quanto sono stati bravi a aggiungere obiettivi scontati in partenza. Saremo presenti non per incontrare gli ambasciatori, anche se lo faremo volentieri, ma per un momento importante di incontro e scambio di opinioni tra la gente dell’export. Il sistema-Paese italiano, per sostenere efficacemente l’export e l’internazionalizzazione delle PMI competitive e del Made in Italy autentico, non dovrebbe concentrare la strategia del suo sviluppo export solo sul raggiungimento di cifre di fatturato all’esportazione, la cui crescita è pressochè automatica nell’interscambio mondiale. Quello che serve, anche se meno utile alla propaganda, è soprattutto il sostegno all’export delle mPMI con poche misure sinergiche e mirate, e soprattutto strutturali, che si ripagano da sole con i risultati che generano, e non solo in termini di fatturato ma anche di bene comune.
Parlo innanzitutto di supporto Finanziario e Strumenti Agevolati. Un risicato 10% di fondo perduto Simest o CDP è utile solo alle grandi organizzazioni.I Voucher per l’Internazionalizzazione vanno riattivati e potenziati, cosi come tutte le misure che facilitano l’acquisizione di competenze export, digitale, innovazione da parte delle PMI. Il Fondo Nazionale del Made in Italy può servire veramente a sostenere aggregazioni flessibili di mPMI per facilitarne la competitività internazionale. Possibilmente con modalità meno macchinose di quanto abbiamo visto nei disastrosi bandi PNRR di filiera l’agricoltura. Per una Autentica Tutela del “Made in Italy” servirebbero per esempio Piattaforme di e-commerce Nazionali/Certificate, o facilitare la logistica internazionale, una delle maggiori barriere incontrate dalle mPMI. Un’idea semplice ma mai attuata, e a costo zero sarebbe quella di defiscalizzare i ritorni delle esportazioni del Made in Italy da parte delle imprese più piccole. Sono azioni in parte già previste dal Piano d’Azione per l’export italiano, ma dalle istituzioni ci aspettiamo impegno costante per renderle operative.
Conclusioni: migliorare l’export
L’unico modo per migliorare l’export è oltrepassare la soglia della propaganda e dell’autocelebrazione, e ricentrarsi su ciò che conta davvero. Se abbiamo visione e obiettivi chiari non c’è concorrenza estera che non possiamo controbattere. Dobbiamo imparare a portare avanti la produzione in Italia, l’export, i valori, e la cultura imprenditoriale delle PMI dei prodotti italiani autentici prima che siamo algoritmi, piattaforme, e lobby internazionali a controllarla. La tecnologia è più potente di noi, ma non più intelligente.
Chiediamo al sistema Italia un rinnovato impegno sul portare alle PMI non vuota propaganda bensì risorse, competenze. Non serve la inutile celebrazione di primati come quello della cucina italiana, servono misure e azioni concrete che dimostrano che il sistema paese lavora compatto per sostenere e migliorare l’export che conta, che ripaga gli investimenti, e che genera bene comune. Quello delle PMI assistite da adeguate competenze. Buon Natale a tutti da Export Italia 2030.
Giuseppe Vargiu,
Presidente Uniexportmanager
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